Era il 15 luglio 2015 quando sono sbarcata per la prima volta a Stromboli. Era l’alba quando sono uscita sul ponte della nave e l’ho visto per la prima volta. Amore a prima vista. Sono scesa dalla nave ed ero già innamorata persa.
la prima volta che ti ho visto
Ho desiderato quest’isola da quando ero piccola, la vedevo dall’altra sponda del mare, da Capo D’Orlando, il paese dei miei nonni. Ma non ero mai riuscita ad arrivarci, per via del mare, degli imprevisti. Ci sono arrivata da Napoli, per lavoro.
In questi dieci anni sono andata tante volte, e percorrendo l’isola a piedi in lungo e largo ho scoperto me stessa. Il nero delle rocce e della sabbia ha fatto emergere i miei colori, le mie sfumature. I lapilli sono stati i segnali di fuoco che il vulcano ha lanciato per ricordurmia me stessa.
Stromboli è sfidante, è avvolgente, a volte anche respingente.
Come chi la vive. Anno dopo anno, visita dopo visita, ho conosciuto le donne e gli uomini che hanno scelto di restare lì. E sono diventata una di loro. Quest’anno Gaetano mi ha “battezzata” Strombolana.
Mi sono innamorata di un vulcano, dei suoi borbottii, dei suoi sbuffi, della meraviglia che crea intorno a se. Mi sono innamorata di me, ho ascoltato il battito del mio cuore e ho deciso che lo avrei seguito per sempre.
A Stromboli ho preso le decisioni più importanti della mia vita.
Ogni volta che parto devo già sapere quando tornerò. Non serve essere residente, avere una casa mia, starci un numero definito di giorni: appartengo a quella terra, sarà per sempre così, anche se non dovessi tornarci mai più.
Ma è impossibile.
Stromboli è la meta, sempre.
E in questi dieci anni mi ha fatto i regali più belli: mi ha aiutata a trovare una mia dimensione, dalle sue acque sono rinata donna, lì ho trovato la vocazione nel mio lavoro, ho fatto dei progetti stupendi, la mia comunità. Mi ha portato l’amore.
Conoscerne a memoria ogni angolo Scoprirne ogni volta di nuovi Accettare i difetti Sentirmi me stessa Sentirmi accettata per come sono Provare nostalgia quando sono lontana Ma avere la fiducia che ci rivedremo presto Non essere gelosa
Le mie avventure iniziano sempre così: con una valigia e uno zaino troppo pieni di “non si sa mai”, una notte agitata, l’ansia di stare sconnessa una settimana, il dispiacere di lasciare i pelosi. Un sorriso che sa di libertà e felicità. Ed è stato così anche il 1 giugno, quando ho preso il treno diretta verso la Basilicata per andare a fare 120km.
Coordino il cartiere artistico, a cura di Compagnia Teatrale Petra, che si sviluppa intorno a “Il Canto degli uomini liberi – il cammino del Melandro”. Stiamo progettando e organizzando azioni artistiche e una ricercazione nei comuni coinvolti. Per ricerca e per conoscere meglio i territori, avevo necessità di fare anche io tutto il percorso.
Con un gruppo di altre 11 persone, tra cui tre “artisti in cammino” invitati da noi (Mimma Gallina, Michele Altamura e Manuel Tataranno) abbiamo camminato per circa 20 km al giorno. Per me è stata la prima volta. Della Basilicata conoscevo solo Satriano di Lucania, sede di Compagnia Petra. Non ho ancora nemmeno mai visitato Matera! Le aspettative erano alte. E lo dico subito: non sono state disattese.
Il percorso del cammino è un anello che attraversa i comuni di Satriano di Lucania, Pignola, Savoia di Lucania, Sant’Angelo Le Fratte, Sasso di Castalda, Brienza, Tito (Provincia di Potenza) e Atena Lucana (Provincia di Salerno). Molto più di un semplice itinerario escursionistico: è un’esperienza di turismo lento ed esperienziale, dove il camminare diventa un atto di scoperta del paesaggio, della storia e delle persone. Le vere protagoniste sono le comunità locali, chiamate “destinazioni umane“: agricoltori, ristoratori, guide ambientali, anziani e giovani che condividono storie, tradizioni e accoglienza con i viaggiatori (cit.).
Da mesi sentivo parlare di questi luoghi e persone, attraversarli, viverli in prima persona, è stato emozionante. Ero lì per lavoro ma, come mio solito, ho colto l’occasione per fare una mia ricerca personale. Il timore di non riuscire a portare a termine il percorso era tanto. Anche il senso di colpa di non essermi tanto allenata.
Sarei stata capace di arrivare alla fine? Il mio corpo, le mie gambe, i miei piedi, sanno resistere? E come sarebbe stato condividere tutto questo con un gruppo? Avevo portato l’abbigliamento e l’attrezzature adatte?
Queste e mille altre domande nel mio viaggio in treno verso il sud. Quando la mattina del 2 ho indossato i miei scarponi ho ricordato quando li ho comprati, tre anni fa a Milano. Il commesso mi aveva detto che erano adatte per fare un cammino e gli avevo risposto “Ma no, io non farò mai un cammino”. Ed eccomi, invece, pronta ad affrontare una nuova sfida.
Conoscere gli altri partecipanti è stato come un appuntamento al buio. Al primo saluto mi sono sentita subito in sintonia. Aver scelto di fare questa esperienza ci accumunava, stessa curiosità e stesso desiderio di sfidarsi a livello personale.
Perchè, diciamolo: non eravamo “obbligati” a camminare tutti quei chilometri. Se si fosse trattato solo di visitare i posti, erano tutti vicini, ben raggiungibili in macchina. Abbiamo incontrato tante persone che ci guardavano stupiti e ci chiedevano “perchè” stavamo facendo questo sforzo, allungando i tempi passando per strade che per loro nemmeno esistevano.
Me lo sono chiesto spesso anche io. E ho capito che non si cammina per arrivare ma per sentire. Sentire il proprio corpo, la fatica, la goia di arrivare, l’emozione di scoprire paesaggi inediti. Senti il silenzio che ti sfonda i pensieri, le voci delle tue paure, che impari a superare un passo alla volta, i tuoi compagni, con i quali intavoli discorsi infiniti, ripresi, abbandonati.
Abbiamo camminato seguendo la nostra guida, Rocco Perrone, che ha studiato un percorso che attraversa i paesi ma anche le strade dei trattori, quelle dei pellegrini, dei viandanti e dei lavoratori. Tracce invisibili che non avevano il solo scopo di farci conoscere la valle attraversata da fiume Melandro ma anche le persone e le storie di chi li abita. Così abbiamo incontrato, in paesi che soffrono lo spopolamento, delle comunità di persone innamorate della propria terra, che hanno un dialogo con la natura, desiderosi di farsi conoscere ma non affamati di turismo mordi e fuggi. Generosamente hanno condiviso con noi dei chilometri, pranzi, cene, i loro ricordi e i loro sogni.
In molte famiglie ci sono storie di emigrazione verso terre lontane in cerca di fortuna. Alcuni sono tornati, altri no. Sarà per questi fili invisibili che li legano al lontano, ho percepito uno sguardo che valica gli orizzonti. Paesi arroccati alle montagne, ricostruiti dopo il terremoto del 1857, e poi di nuovo feriti da quello del 1980, con un sottosuolo ricco di petrolio, in cui ora sono le pale eoliche a svettare su campi non più coltivati.
Ma c’è chi ancora resiste, chi ha una “biblioteca dei grani” in cui ne coltiva 76 differenti varietà, chi mantiene viva la memoria di Giovanni Passannante, l’anarchico che attentò alla vita di Umberto I e che per questo ha dovuto scontare anni di progionia e torture, per uscire da una trasfigurazione ideologica o turistica e affrontarne tutti gli aspetti con un osservatorio civile e un laboratorio di produzione artistica permanenti sul tema della qualità della consapevolezza sociale e del dibattito pubblico. C’è chi costruisce luoghi immersi nella natura in cui progetta di accogliere turisti consapevoli, chi decide di gestire una compagnia teatrale professionale in luoghi così difficili. Tante donne forti, che a dispetto dell’età ancora camminano per chilometri e prendono con curiosità tutto quello che la vita ancora ha da offrire. E tanti e tante altre che fanno del restare una scelta di rilancio per costruire futuri inediti e sganciati dalle logiche del turismo di massa o della svendita della propria terra.
E io, ovviamente, mi sono sentita in completa sintornia con ognuno e ognuna di loro. Di tutto il cammino è questo che mi ha emozionata di più. Oltre alla bellezza di una regione che non conoscevo affatto, ricca nel sottosuolo ma anche di umanità.
Sono partita intera, sono tornata intera, con un bagaglio ancora più pesante, arricchito di questi incontri e di tante riflessioni che ho fatto sulla mia vita nei momenti in cui mi staccavo dal gruppo e solitaria respiravo tra il verde di questa terra così generosa.
Cosa ho imparato da questa esperienza? Si, ce la faccio a fare 20 km al giorno, salite, discese, e anche 120 km in sei giorni. Quando fai le salite ti sembra di morire, ma appena arrivi in cima, bevi l’acqua e ti guardi intorno, tutto passa e non ti ricordi più della fatica. I bastoncini, se usati bene, sono un grande aiuto. L’investimento va fatto sulle scarpe, i calzini tecnici e lo zaino. So stare in mezzo a persone che non conosco, anzi, amo farlo. Ho bisogno di attraversare i luoghi in modo lento, dandomi il tempo, per capire bene e conoscere, e lo stesso vale per le persone. Non voglio essere definita dal mio lavoro, ma dalla mia essenza. L’empatia è il dono più bello e prezioso che ho. C’è un’alternativa a questi modelli di turismo, cementificazione, sfruttamento che ci propinano come le uniche possibilità per far rinascere i nostri territori interni. Quando cammino e sono felice… non faccio le foto!
Cammina. E scoprirai che la libertà ha l’odore del sudore, dei campi bagnati, e del tuo nome finalmente sussurrato dal vento. Manuele Dalcesti
Mi hanno accompagnata in questa avventura: Alessia, Angelo, Antonella, Brunella, Davide, Emanuele, Giovanna, Lella, Manuel, Maria, Marisa, Michele, Michelina, Mimma, Mimmo, Niccolò, Nicola, Rocco, Silvia, Vincenzo, Vito. A voi va il mio ringraziamento.
Tra pochi giorni sarà Natale e poi passaremo a un nuovo anno. Io sono a casa, candele accese, musica natalizia, Ilse sulle gambe che mi scalda, e continuo a pensare a questi dodici mesi appena passati.
Dal 13 dicembre (Santa Lucia) ripercorro un mese del 2023 al giorno. Sono arrivata a settembre e credo sia arrivato il tempo di raccontare parte di un viaggio che ho fatto proprio in quel mese.
Stavolta Penelope non l’ha fatto da sola, ma in compagnia di altre undici donne. A Stromboli.
Vorrei almeno condividere le premesse e le conclusioni. Lo faccio perchè credo sia una delle “buone pratiche” che noi donne dovremmo condividere e copiare: cercare delle alleate, delle sorelle, che ci facciano da specchio e ci aiutino a vederci. So che questo articolo non darà giustizia a quello che è stato, ma provo a scrivere qualcosa per lasciarne traccia.
Parlerò al femminile solo perchè la nostra esperienza è stata tutta al femminile. Sarebbe bellissimo se anche gli uomini si attivassero nella stessa direzione! Pensate che forza avrebbe un gruppo di uomini che si regala ritiri di conoscenza personale, che insieme riconoscono le proprie debolezze e le proprie forze, che si confrontano onestamente! Penso che sarebbe di aiuto a tutti e tutte noi. Ma questa è un’altra storia. Ora riprendiamo da Stromboli.
L’occasione me la sono creata da sola. E’ da tempo che partecipo a incontri online organizzati da Cinzia Leggieri, che ha una pagina che si chiama “Spazio Gentile“. Mensilmente, online, ci troviamo tra donne creative a connetere un “arcipelago” fatto di mondi sparsi. Facciamo pratiche poetiche, racconti, letture, confronti. Li ho sempre trovati stimolanti per quella mia parte creativa che metto sempre troppo da parte. E così, quando Cinzia ha detto ad alta voce “mi piacerebbe organizzare un incontro con voi dal vivo“, non ho esitato a dire “conosco io il posto giusto“.
Ovviamente ho pensato a Stromboli.
Una sfida, una grande responsabilità. Per me era anche la realizzazione di un sogno. Da quando ho aperto questo blog sogno di condividere le mie esperienze con altre donne. Da quando sono stata la prima volta a Stromboli ho sentito sulla mia pelle l’effetto benefico di quel luogo.
E così, coraggiosamente, con Cinzia abbiamo lanciato la proposta. Una storia su instagram e il dado era tratto. Non ci restava che aspettare che qualcuna, nel mondo del web, accettasse di fare questa esperienza con noi. Una vera e propria richiesta di fiducia. Un salto nel buio. Per loro… ma in fondo anche per noi.
ARCIPELAGO – Nessuna è veramente un’isola Si può imparare l’arte del meravigliarsi? Si può scegliere di tenere il cuore vivo? Si può prendere la forma del vento e della luce? Si possono salvare le ferite? E la pienezza, che colore ha? In questo ritiro creativo si lavorerà sull’esplorazione di sé e si praticherà la cura della vicinanza con l’altra. Riscoprendo il valore del gesto, della parola e del simbolo, nutriremo la parte di noi che ha ancora bisogno di magia, di incantamento. […]
Hanno risposto in dieci!!!!
Con una donna conosciuta solo online, con altre dieci donne, mai conosciute, sono tornata a Stromboli per la terza volta in un anno.
Sotto il punto di vista logistico ero tranquilla, dato che a Stromboli ci lavoro da anni organizzando un festival. Avevo già in mente delle attività di esplorazione dell’isola, da tempo sperimento pratiche sulla meraviglia proprio a Stromboli (due anni fa, con Patrizia Menichelli, ho anche realizzato delle passeggiate poetiche). Ed ero sicura che i miei amici e amiche strombolani avrebbero accolto le mie undici compagne d’avventura con lo stesso calore che riservano a me. E poi c’era Cinzia, che avrebbe preparato un programma di cose da fare, e lei è bravissima.
Ma come sarebbe stato stare insieme?
La chimica e l’alchimia sono nate subito, appena siamo arrivate. Ci siano guardate negli occhi e abbiamo vissuto tre giorni incredibili. Sembrava che ci fossimo date un’appuntamento, il regalo di poter essere noi stesse. Ad essere sincera, ad oggi, non so tanto di loro, perchè non abbiamo condiviso tanto il vissuto ma il sentito delle nostre vite.
So, però, molto di più di me stessa.
Tramite i loro occhi mi sono vista. Anche tramite delle foto stupende che mi hanno fatto. Accompagnando loro a Stromboli ho svelato una parte di me che poco conosco.
Ho sempre pensato che avrei portato a Stromboli l’amore della mia vita. Non è (ancora) accaduto. Ma in realtà forse questa volta l’ho fatto: ho portato me stessa, ho portato Stefania.
Abbiamo pianto (tanto). Ma anche riso. Fatto bagni con le meduse, camminato. Venerato il vulcano con la sua forza, dal suo ventre caldo ha fatto nascere qualcosa di noi. Abbiamo contemplato il fuori per riscoprire il nostro dentro.
Stromboli è il mio luogo. Non c’è un altro posto del mondo in cui vorrei vivere, stare, portare chi amo. Ed è stato bellissimo vedere anche loro, in soli tre giorni, riconciliarsi con le proprie ferite, riscoprirsi.
Avete mai avuto la sensazione di vedervi per la prima volta? A me è successo a settembre 2023, a Stromboli.
Eccola Penelope, ora la vedo. Ne vedo la luminosità, la forza. Le cicatrici. Quel mondo così imperfetto che faticosamente ricama ogni giorno. Quel mondo per qualcuno non desiderabile, non “abbastanza”. Quella donna così testarda, imperfetta, sensibile e sognatrice.
Quella sono io. Grazie a un’isola, a un vulcano, a unidici donne altrettanto forti e belle, io mi sono finalmente vista.
“Essere luce, non riceverla né contemplarla e nemmeno diventarla, essere luce perdere nomi sfilare fatti tremare nei contorni sfuocarsi. Ci provo a non assomigliare a me, a sventolare.” Chandra Candiani
Grazie di cuore. Grazie Cinzia, Chiara, Cecilia, Cristina, Elena, Loredana, Fiammetta, Daniela, Katiuscia, Kim, Eni.
Allora ho aperto l’armadio. Quello grande, quello del corredo. Il mio corredo. Un numero spropositato di asciugamani, lenzuola ricamate, strofinacci. E ho tirato fuori una scatola che era del corredo di mia madre. La scatola dei pannolini di lino e cotone. Ne ho preso uno. E il filo. Quello rosso.
In silenzio, avvolta nella coperta fatta a mano da mia nonna, ho ricamato.
In silenzio ho ripensato a quanto me lo sento addosso. Lo chiamano “patriarcato”. Io lo chiamo dolore.
Parole dette da uomini. Parole dette da donne.
A quei complimenti che ti devi prendere per forza, altrimenti sei snob. E “guarda quant’è ambiziosetta”. Silenzi infiniti, silenzi di punizione. Giornate nere che “è stanco, è nervoso, è preoccupato, è il lavoro”. “E’ colpa tua”. “Sei tu”. Alle scuse mai sentite. A quei gesti che “succede”. “Cambiati”. “Non vai bene vestita così”. “Lisciati quei capelli, anzi tagliali, anzi colorali, anzi…”. Alla bilancia. “Non ho tempo (per te)”. Alle attese, infinite. Alle corse per essere puntuali. Alle aspettative altrui. Al fare anche se sei stanca. Al “non fare l’esagerata, non ho fatto forte”. Al corredo per quando (non “se” non”se vorrai”) ti sposerai . Alle scelte fatte con una voce dentro che indica la strada stabilita. Alla dissonanza di vedere chi ami e che ti ama farti del male, a volte in modo impercettibile, a volte in modo violento, ma tu perdoni. Perchè tu sai amare. E di quel sapere amare ne fai un vanto.
A quel giorno che potevo essere io.
A quando ho iniziato ad amarmi io. E di questo sì che mi vanto tantissimo.
Allora ho ricamato parte della bellissima poesia di Cristina Torres-Cáceres. Non la frase che tutte stanno condividendo. No. Sono partita prima.
Perchè prima di distruggere tutto c’è un combattere quotidiano che va fatto anche in silenzio. Partendo dalla nostra vita. Prima silenziosamente, un passo alla volta. Poi raccontiamocelo come si fa, a voce alta.
la poesia di Cristina Torres-Cáceres ricamata da Penelope esce sola
In mia discolpa posso dire che ho sempre ammesso dal principio di soffrire di procrastinazione cronica! Aggiungo che, purtroppo, non avendo nascosto la mia identità, un pò di paranoie sul fatto che sia opportuno o meno scrivere di me, e anche un sano “ma agli altri… che gli importa di quello che scrivo?“, me lo chiedo sempre.
Per fortuna, quindi, non dovrei essere naricista. Ma se oggi sono ancora qui a condividere la mia vita è perchè ho capito che sto facendo un percorso strano, diverso da quello delle mie ave. Sicuramente inusuale e nemmeno programmato. E forse, penso, forse a qualcuno o qualcuna può aiutare sapere che nella vita ci sono altre strade percorribili. Dato che sono in qualche modo una pioniera ho la responsabilità di raccontare.
Oppure, potrei dire furbescamente che ho fatto passare un anno per raccogliere dati. Perchè in questo anno, per la prima volta, Penelope ha veramente pensato a se stessa ” da sola”.
E’ come se avessi preso la misura di cosa significa questo “da sola”. Tutto è iniziato quando sono tornata a vivere a Civitanova. Da sola, in una casa vuota.
Non avevo mai avuto tutto questo spazio solo per me: da piccola condividevo la mia cameretta con mia sorella. All’università, a Bologna, eravamo in quattro ed ero in doppia. Poi… beh… sedici anni di fidanzamento e convivenza in angusti spazi. Chiuso questo capitolo (o forse “libro”) ho avuto una stanza e un bagno tutti miei, ma la casa era in condivisione.
Ora invece ho una casa “da sola”. E da sola ho deciso come sistemarla, come arredarla. Addirittura, per la prima volta, ho deciso cosa appendere alle pareti. Mh questo forse merita un paragrafo a parte. C’ho messo un secondo a decidere di buttare giù la parete che separava la sala dalla cucina (pensiero che covavo da quando da piccola venivo dai nonni), ma c’ho messo un anno ad appendere il primo quadro. Solo il primo però, perchè rotto il ghiaccio di quadri ne sto appendendo ovunque senza sosta.
Quando sono tornata single dopo i famosi sedici anni ricordo la sensazione di dover decidere per me. Non ero abituata. Cosa mangio io? Cosa mi piace? Cosa compro, da sola, io, al supermercato? Cosa guardo in tv?
Chi sono, io, da sola?
Ricordo la sensazione di spaesamento. Mi guardavo alla specchio e mi sembrava fosse la prima volta. Anzi… forse lo era.
A parte continuare a cucinare per quattro persone, ormai il mio carrello ideale l’ho ben definito e ho smesso di giudicarmi quando, dato che sono da sola, la mia cena spesso di riduce a patatine e birretta.
Il guidizio forse è la cosa che più difficlmente riesco a mettere da parte. Io mi giudico. Giudicavo esagerata una casa così grande solo per me. Un pò mi giudico quando entro in un ristorante e chiedo un tavolo per me sola. Mi giudico quando decido di uscire, anche se sola.
In questo anno di cose da sola ne ho fatte parecchie. E il mio compleanno lo sono andata a festeggiare a Lisbona… da sola. Anche viaggiare è una scelta importante. La paura di annoiarmi, di non sentirmi sicura, ce l’ho sempre. Ma posso assicurarvi che sono sempre stata bene.
Ovviamente bisogna saper scegliere esperienze, luoghi, e situazioni, a misura di “una persona”. Ma da quando sono uscita viva dalla mia prima volta al cinema da sola, cosa mi può spaventare ancora?
Ricapitolando, tra le varie cose da sola sono andata al cinema, a teatro, al ristorante, al bar, al museo, in macchina a fare gite fuori porta, ho preso treni, navi e addirittura aerei. Ho cambiato città e addirittura paese.
E per ultimo sono tornata a Stromboli. Quest’anno, a Pasqua, ho preso un autobus da sola, una nave e sono andata a Stromboli. Ed è qui, quando sono arrivata pensando di fare una pasqua da sola che ho capito. Io… “da sola”… non ci sto quasi mai! Salendo e scendendo dal vulcano, salutando tutto il paese, festeggiando a casa di amici… io a Stromboli non sono praticamente mai stata sola.
E ho ripensato alla mia vita. Si, ho una casa da sola. Ma… vivo con i miei due appicciosissimi gatti. A pochi metri ci abitano i miei genitori. E da quando sono tornata, pur nella difficoltà di fare nuove amicizie, ho conosciuto tantissime persone! Penelope ormai si è fatta conoscere in città, ed è diventata un’attivista politica di tutto rispetto.
Ogni tre settimane la seconda stanza viene occupata da mia sorella, e presto spero torneranno a trovarmi amiche e amici sparsi. Per non parlare ovviamente della mia famiglia, genitori in prima linea, che ok la decisione di vivere da sola ma la domenica, il pranzo, si fa insieme.
“Da sola” però non si può avere una relazione. Senza corrispondenza di sensi e intenti, questo mi è chiaro da tempo, non esistono storie. Penso che sia questa l’unica cosa che non posso fare “da sola”. Ma si può sempre amare, perchè mica è proibito avere sentimenti e provare amore e gratitudine per l’esistenza di una persona.
Quindi, tirando le somme, posso dire che da soli, se ci si conosce e ci si ascolta, se ci si ama, si sta bene. I limiti ce li imponiamo noi. Il giudizio, in realtà, è solo il nostro. Perchè, siamo sinceri: agli altri, di quello che facciamo da soli, non importa nulla.
Sicuramente in Italia vivere da sola è un lusso. Le bollette ti ammazzano! Essere monoredditto, per giunta con partita iva e due gatti pancioni da sfamare, non è facile. Aggiungiamo che non mi faccio mancare quasi nulla tra libri, viaggi, varie ed eventuali.
Da quando ho aperto questo blog e trovato il bellissimo nome “Penelope esce sola“ ho detto che non è una dichiarazione di indipendenza. Io non mi sono mai pensata sola, e per quanto di animo un pò solitario, sono espansiva, accogliente, mi piace la compagnia, la confusione, condividere. Ma se per una serie di motivi mi trovo da sola, come in questo periodo, non metto in pausa la mia vita aspettando Ulisse o qualcuno che voglia fare delle cose con me. Vado, faccio. VIVO DA SOLA.
Credo che avere questa consapevolezza mi tranquillizzi. E dovrebbe tranquillizzare anche voi che mi state leggendo. Non serve essere per forza in due per vivere serenamente.
Certo. Insieme è più bello.
Ma avere la consapevolezza che si può vivere pienamente la propria vita “da soli”, non dà maggiore valore, forza, e senso, alla scelta di vivere “con qualcuno”?
Spesso mi sento dire che sarei “coraggiosa” a fare le cose da sola. Beh, forse si, perchè per una donna è una condizione non comune e questo mondo è ancora malato di patriarcato. Ma vedendo tante situazioni, credo ci voglia più coraggio a decidere di restare in storie finite, rapporti consumati, lavori svilenti… pur di non stare soli o senza la sicurezza di un paracadute.
Per quanto sia difficile, ormai cerco di assecondare solo i miei desideri e ciò che mi fa stare bene. E sono certa che “la me” che ho conosciuto “da sola” e che ormai è forte e non si nasconde più, sa stare benissimo con chi la corrisponde. Senza bisogno di adattarsi agli altri per paura di… restare da sola.
Scrive la Maestra Chandra Candiani in “Questo immenso non sapere”
Ho capito di essere una persona abbandonabile.
Non nel senso che non posso evitare l’abbandono, che mi è ovvio fin da bambina. Ma che lo considero una possibilità imminente e talvolta auspicabile. Un tempo pensavo di essere una che abbandona facilmente. Ora so che, anche se con dolore, sono abbandonabile.
Voglio dire che quando sento che non ci sono le condizioni per incontrarsi davvero, per intendersi senza troppa fatica, «abbandonami» è un invito liberante.
Non è obbligatorio tenermi, frequentarmi è facoltativo. E questo dà molta leggerezza e grazia all’incontro.
Come fanno le libellule e forse i volatili in genere. Può far molto male all’inizio, può atterrare ma poi piano piano si sente che sopra la testa e tutt’intorno si allarga un grande spazio libero. C’è piú sfondo e un sentore appena accennato di nuove possibilità. L’odore è l’esatto opposto dell’odore di bruciato. Un profumo fresco di bucato appena steso, di pavimento appena spazzato e poi lavato. Con cura. Con le finestre aperte.
Un anno fa, con un furgone pieno delle mie cose, dopo ventidue anni, tornavo a vivere a Civitanova Marche.
Tornavo a vivere. Anzi: iniziavo a farlo in modo consapevole.
Non voglio fare bilanci, ma questa mattina ho aperto gli occhi e ho pensato che è vero: le cose che sono fatte per te accadono se le lasci accadere.
Una vita passata a cercare di convincere gli altri del mio valore, quando in realtà era me che dovevo convincere del fatto che merito di essere felice.
La scelta di riesistere da qui è stata tormentata, perchè per la prima volta ho deciso per me. E da quel giorno non ho mai smesso di farlo.
una poesia di Chandra Candiani, ricamata da me
Il fluire di quello che ne è seguito ha fatto si che in modo naturale, senza lottare o faticare, il 7 marzo in questa casa sono arrivati anche i miei pelosi. Staccarmi da loro era stata la cosa più difficile da fare. Oggi mi sono svegliata con loro che mi saltavano addosso alle sette del mattino, e mi sembrava un sogno.
Non è un sogno, è la realizzazione di tanti desideri espressi. La casa è quasi pronta. In due mesi ho buttato giù un muro, buttato via tante cose e ne ho comprate altrettante. Sarà veramente la mia casa quando arriverà la cucina e appenderò alle pareti colorate di giallo i miei ricami e le stampe che parlano di me, quando finalmente tirerò fuori dagli scatoloni i miei libri, e a quelli aggiungerò i mille nuovi che comprerò nei prossimi mesi.
La serenità è vedere che le cose accadono. Che chi ha il tuo stesso battito ti riconosce con uno sguardo e in modo naturale, in punta di piedi, entra nella tua vita.
Ho smesso di fare programmi, se non quelli di felicità.
Ho anche aperto la partita iva e ho ufficialmente deciso che lavorerò a più progetti possibili, perchè ora che ho una casa con i due gatti dentro posso riprendere a viaggiare e a conoscere il mondo. E ancora più importante, ho iniziato a seminare rapporti e nuovi progetti qui, a Civitanova Marche. Me ne sono andata a diciannove anni perchè qui c’era il deserto. E allora eccomi pronta a far fiorire fiori in questo deserto. Mi metto a servizio, con il mio bagaglio di conoscenze ed esperienze, per aiutare la mia comunità a crescere.
Ci metterò molto a capire e a processare tutte le novità che stanno accadendo nella mia vita. In un mondo sporco di sangue, dove la pace non esiste, abbiamo la missione di seminarla nelle nostre vite. Amarci, stringerci.
Mi guardo allo specchio e finalmente riconosco la donna che vedo riflessa. Sono curiosa di vedere come andrò avanti in questo meraviglioso viaggio. Sono grata alla vita, alla me che ero e che mi ha condotta fin qui.
In questo processo al contrario, mi sono appassionata a Harry Potter. Silente una volta gli ha detto:
sono le scelte che facciamo che dimostrano quel che siamo veramente molto più delle nostre capacità
E io decido di continuare a scegliere ascoltando il cuore.
Prima luna piena del 2022. L’ammiro, le confido le mie paure, i miei sospiri.
Questa distanza infinita tra di noi mi uccide. Lontani un metro… e anche di più. Questa solitudine un po’ scelta, ma più che altro forzata, mi consente di ascoltarmi, conoscermi e darmi un tempo per reagire con coscienza.
La mia visual board del nuovo anno, in cui ho messo immagini per gli obiettivi del 2022, non differisce troppo da quella dell’anno precedente, è solo più dettagliata. Perchè sto imparando che è importante definire degli obbiettivi. I valori che mi guidano sono gli stessi, cambia la consapevolezza di quello che ho scoperto di me stessa.
Sono completamente proiettata al futuro, ho ancora fiducia e speranza, ma ho i piedi ben saldi nel presente.
Non mi era mai successo, di ascoltarmi così in profondità, di prendere decisioni in base a come sto e a quello che desidero veramente IO. Per la prima volta pratico l’assertività senza sentirmi in colpa.
In questo momento di grande consapevolezza sento che le scelte prese nell’ultimo anno hanno un peso specifico non indifferente. Mettono a dura prova me e chi mi vuole bene.
Mettono a dura prova la mia famiglia, che mi ha vista catapultata in questa pigra realtà di provincia con tutti i miei sogni e desideri di ragazza (mhmhmh forse è ora di dire donna…) di Mondo. Il Mondo in parte l’ho visto, vissuto, ma soprattutto lo sogno ad occhi aperti. La mia presenza li scuote e rivoluziona anche la loro vita.
Mettono a dura prova il mio lavoro. Che sta prendendo forma con me, che mi permetto di modellarlo a mia immagine e somiglianza, e chissà cosa ne uscirà fuori, spero un percorso coerente.
Mettono a dura prova i miei amici e amiche… le persone a cui voglio bene ma che in una certa misura devono superare anche la distanza fisica che ora c’è tra di noi. Sembra banale, ma esserci e scegliersi implica reciprocità, desiderio, un impegno e una consapevolezza che “ne deve valere la pena”. E questo mi fa paura: io, ne valgo la pena?
Mettono a dura prova i miei sogni di felicità. Perché prima, da Roma, avevo l’illusione che tutto era possibile e a portata di mano. In realtà c’ero io in sella allo scooter che correvo dietro a persone, eventi, teatri… avevo la pretesa che il mio agire potesse indirizzare la vita e le persone dove volevo io. 2020. L’illusione è svanita. Ha lasciato il posto alla consapevolezza che niente dipende da noi, ci possiamo provare, vivere, fare del nostro meglio. Poi… anche gli altri devono metterci del loro.
Ora sono qui. Dove il tempo apparentemente scorre lento. A cercare ogni giorno di dare un senso alle mie azioni. Sono qui, con mille vuoti che non ho voglia di riempire con niente.
Sto.
Nel tempo e nel luogo che forse, in realtà, hanno scelto me. Ma con la mia capacità di adattamento, che ho costruito come una seconda pelle per sopravvivere all’incertezza. Proseguo con la mia andatura da flanier, che si guarda intorno con curiosità. Chissà dove mi porterà il prossimo passo? Che ci sarà dietro l’angolo?
Perché una cosa ormai mi è chiara: non possiamo fare progetti ben definiti sul futuro. Dobbiamo smetterla di restare attaccati ai sogni e alle persone, è ora di lasciar fluire il proprio ritmo.
Perché in questo blue monday 2022 mi sono messa a scrivere? cosa mi spinge a farlo? (Vorrei farlo con più costanza, ma figuriamoci.) Scrivo perché ho avviato una mia personale rivoluzione. Credo nella condivisione. E credo che il mio percorso, per quanto disordinato, posso aiutare chi è a un passo dietro di me. Non sono un esempio, ma almeno… vedendo me… potete capire se ne vale la pena buttarsi, liberarsi, proseguire, anche se spesso ci si trova sole. Per ora mi sento di dire che si, ne vale la pena. Per quanto riguarda il farlo da sola, non è un scelta, io sono felice se qualcuno vuole uscire con me.
“Ho capito di essere una persona abbandonabile. Non nel senso che non posso evitare l’abbandono, che mi è ovvio fin da bambina. Ma che lo considero una possibilità imminente e talvolta auspicabile. Un tempo pensavo di essere una che abbandona facilmente.
Ora so che, anche se con dolore, sono abbandonabile. Voglio dire che quando sento che non ci sono le condizioni per incontrarsi davvero, per intendersi senza troppa fatica, «abbandonami» è un invito liberante. Non è obbligatorio tenermi, frequentarmi è facoltativo. E questo dà molta leggerezza e grazia all’incontro. Come fanno le libellule e forse i volatili in genere. Può far molto male all’inizio, può atterrare ma poi piano piano si sente che sopra la testa e tutt’intorno si allarga un grande spazio libero. C’è piú sfondo e un sentore appena accennato di nuove possibilità. L’odore è l’esatto opposto dell’odore di bruciato. Un profumo fresco di bucato appena steso, di pavimento appena spazzato e poi lavato. Con cura. Con le finestre aperte.”
Chandra Candiani da ‘Questo immenso non sapere’. (Einaudi 2021)
Giura che sarai sempre fedele a te stess* , in ascolto della tua parte interiore.
Riparti da questo.
Senza programmi o progetti stabiliti.
Osserva il mondo con occhi nuovi, pront* a meravigliarti.
Parola del 2022: IMPEGNO
impegno/im·pé·gno/sostantivo maschile
1.Obbligo assunto nei riguardi di altri, ma anche verso se stessi, a proposito del proprio atteggiamento o comportamento, oppure di una corresponsione o prestazione.
2.Impiego incondizionato di tutta la propria buona volontà e delle proprie forze nello svolgimento di un compito individuale o collettivo.
No, nessun “era ora” uscirà dalla mia bocca per salutarlo!
In questi giorni di ennesima fase di pandemia siamo divisi tra “positivi” e “negativi”. Io per natura amo pensare in positivo… ma il fatto di essere “negativa” (o almeno non positiva certificata!) ora mi sembra una bella cosa.
Sto iniziando a mettere da parte i ricordi, a mettere a fuoco quanto ho imparato di me e della vita, delle persone che mi stanno accanto. Domani qui inizieremo i rituali di fine anno. Perché è importante praticare la gratitudine, riconoscere che un anno non sono 365 giorni uno uguale all’altro, che ognuno di essi ci ha fatto crescere e cambiare. E che continueremo a farlo.
Mi dispiace avere questo senso di paura. Soprattutto di fare del male alle persone che amo. E anche il timore di uscire non mi appartiene. Penelope esce!
Ho la vertigine per la paura e il desiderio di buttarmi. Il Capodanno è un rito collettivo, ma io sento che ogni mattina è un nuovo inizio. Quindi, come al solito, non faccio progetti o programmi. Un anno fa avevo creato una visual board su come avrei voluto che fosse questo anno, e ammetto che mi ha aiutata a tenere il punto dei miei desideri. Ne farò una nuova il 31!
Ma già li sento, ho dei desideri che mi stanno esplodendo dentro. Non voglio che oltre alla paura naturale del nuovo si aggiunga anche la paura per il virus.
Sono già emozionata perché nei prossimi mesi dovrebbero accadere tante cose che ho desiderato e per cui ho lottato. Il solo pensiero mi fa esplodere il cuore!
Cerco di frenare la frenesia di far accadere le cose. Seguo il ritmo.
Mi sento grata per ognuno dei 365 giorni di questo folle 2021. Festeggio il percorso che mi ha condotta fino a qui. Non sono stati tutti giorni “positivi”… anzi! Ma il motto questo anno è quello di Epitteto:
Non è ciò che ti accade, ma come reagisci, che ha importanza
Ho avuto la fortuna in questi mesi di aver visto donne e uomini fortissimi reagire a quello che stavano vivendo, e anche io l’ho fatto.
Ho imparato che la prima cosa da focalizzare sono gli obiettivi, e poi cercare di sviluppare gli strumenti che ci saranno utili per raggiungerli. E’ quello che viene biblicamente definito “costruire la casa sulla roccia”. Spesso credo di essermi accollata obiettivi comuni che non erano i miei. Copioni di vite che non mi somigliavano. Indirizzarci verso un sentire profondo e personale, che parta dai nostri veri desideri, dalle nostre possibilità e capacità, ci può aiutare ad essere meno frustrati. E anche pronti a seguire il flusso degli eventi.
Nessun test potrà mai decidere se saremo positivi o negativi nel reagire alla vita.
E’ quasi Natale, quasi fine di questo 2020+1. Ci siamo. L’aria è cambiata, sospesa. Io, invece di fare progetti per il mio futuro incerto, ripenso a questo anno pieno di cambiamenti, e mi viene la vertigine. Non faccio mai buoni propositi per il nuovo anno, ma voglio coltivare sogni! Mi auguro di proseguire la strada (sconclusionata) che ho iniziato in questo biennio doloroso eppure importante per la mia crescita personale.
Ho scritto poco, viaggiato e vissuto tanto. Sto guardando le foto di questi dodici mesi e non credo ai miei occhi! Quanti posti meravigliosi, pezzi di cuore che ho abbracciato e riabbracciato, persone meravigliose che ho conosciuto, micetti sparsi che ho coccolato e… in alcune sono bella come non sono mai stata, segno che ero veramente felice.
La fine dell’anno mi sta regalando la liberazione dalla staus di “cassa integrata” in cui sono stata imbrigliata per diciotto mesi. Certo, ora sono disoccupata, ma in fondo non ho mai smesso di lavorare.
Aspetto Natale in una nuova casa. Perché ormai mi sono decisa: Civitanova e la casa dei miei nonni saranno casa mia. Un punto di partenza per proseguire i miei viaggi e progetti ma anche dove placarmi e ritrovarmi.
Sono una quarantenne che vive da ventenne (lo dico sempre che i quaranta sono i nuovi venti!!!). Mi sento sempre al punto di partenza, ma ho capito che dipende tutto dal mio essere inquieta e multi potenziale: una vita “schematizzata” non l’ho mai cercata.
In realtà, non ho mai avuto un progetto chiaro! A parte uno: essere felice.
Tutto in questo anno sembrava portarmi a stare ferma, immobile. In attesa che il mio futuro si delineasse, la pandemia non è mai finita e invece io mi sono mossa tantissimo. Ho cambiato città, fatto viaggetti e soprattutto nel periodo estivo ho fatto non so quanti chilometri e quante avventure. Dato che venivo pagata per non lavorare… non ho lavorato e ho utilizzo il mio tempo per fare esperienze.
Ormai ho questo schema: la mia estate inizia a Stromboli e si chiude sulle Dolomiti. E così è stato anche quest’anno, con in mezzo nuove esperienze.
Stromboli mi ha accolta a metà giugno, lì ho finalmente lavorato alla Festa di Teatro EcoLogico ma la Penelope che è scesa dalla nave era diversa da quella degli altri anni. Quest’anno avevo bisogno di muovermi, esplorare, immergermi nel mare, contemplare Iddu da vicino, le sue esplosioni, ballare, fare i bagni di notte. L’energia, unica, che sento quando sono sull’isola l’ho fatta esplodere, ed è stato bellissimo!
La Sicilia è stata la mia terra per un mese. Da Capo d’Orlando ho visto tramonti infiniti, e da lì ho fatto avventure bellissime. Ho preso un aereo e mi sono goduta quattro giorni di solitudine a zonzo con lo scooter per Lampedusa, terra meravigliosa, bianca, con un mare azzurro ma così azzurro non lo avevo mai visto! Sono stata poi felice di uscire dalla mia solitudine per passare una settimana nella nera Linosa con la mia migliore amica e la sua piccola Dora. In bici l’ho girata tutta questa terra che si è formata dall’eruzione di antichi vulcani, ne sentivo l’energia, ho goduto della sua bellezza selvaggia.
Lampedusa
L’estate è terminata a Milano, con la mia sorellona guerriera, che in questo 2021 mi ha dato prova che non conta quello che ti succede ma come reagisci. E lei ha una forza da super woman!
Poi, di nuovo solitaria, sono andata sulle Dolomiti, nel “mio” Rifugio Falier a farmi coccolare, a mettermi alla prova e raggiungere delle vette che mi erano state ostili anni fa.
Quando a metà settembre sono tornata a casa, ero confusa per la bellezza di tutto quello che avevo vissuto.
E lo sono ancora.
Ho ripreso a lavorare, e ho capito che devo concentrarmi sugli obbiettivi. Non avrò mai un solo progetto, un solo e chiaro percorso, ma posso iniziare a immaginare come vorrei essere fra tre anni.
Credo che il 2020 mi abbia lasciato un grande desiderio di assaporare tutto. Ogni possibilità, ogni occasione. E che abbia tirato fuori da ognuno di noi tante di quelle informazioni su come siamo che dobbiamo darci il tempo per processarle, metterle in ordine.
Sento una forte spinta a fare, cambiare… ma devo saper aspettare “fino alle braci”. Nulla dipende solo da me (per fortuna!) e per costruire un futuro su delle basi solide serve tempo. Darsi e dare tempo affinché sia tutto realmente pronto.
A settembre è anche uscito l’ultimo libro di Chandra Candiani. Non credo sia un caso, io al caso non ci credo. Credo che io debba iniziare un nuovo percorso proprio partendo da quelle pagine disordinate
Una buona pratica preliminare di qualunque altra è la pratica della meraviglia. Esercitarsi a non sapere e a meravigliarsi. Guardarsi attorno e lasciar andare il concetto di albero, strada, casa, mare e guardare con sguardo che ignora il risaputo. Esercitare la meraviglia cura il cuore malato che ha potuto esercitare solo la paura.
Il mio cuore ha ripreso a battere e sognare. Iniziamo presto i riti per salutare questo 2020+1! Preparatevi!